Contagio da Covid19: quale responsabilità per il datore di lavoro?

La riapertura delle attività commerciali dopo mesi di lockdown pone all’attenzione dei datori di lavoro il problema relativo alla loro responsabilità nel caso in cui uno dei suoi dipendenti contragga il Coronavirus. La domanda non è di poco spessore e, al netto della ragionevole esigenza di ripartire, frena i facili entusiasmi e, anzi, pone non poche riserve in capo ai titolari di attività che possono prevedere un intenso contatto con il pubblico, come ad esempio negozi oppure esercizi di somministrazione di cibo/bevande.

Nessun dubbio, infatti, che una eventuale infezione, laddove sia stata contratta in occasione dello svolgimento dell’attività lavorativa, sia meritevole di copertura Inail: lo conferma del resto l’art. 42 del d.l. 18/2020 (convertito in legge n. 27 del 24 aprile 2020) e lo conferma la circolare 13/2020 emessa dallo stesso Inail. Parimenti, è noto che le parti sociali hanno stipulato un “Protocollo Condiviso” volto ad individuare tutta una serie di adempimenti che il datore di lavoro è chiamato ad adottare proprio al fine di scongiurare il rischio di contagi sul posto di lavoro: dalla informazione, al controllo della temperatura, fino all’uso di presidi sanitari, l’elenco di cautele è piuttosto nutrito e le norme che si sono succedute in questi mesi hanno espressamente richiamato il rispetto di tale protocollo quale condizione indispensabile per poter esercitare le attività lavorative.

Queste novità vanno ad inserirsi nel quadro normativo preesistente, in cui, come è noto, al datore di lavoro viene attribuita una posizione di garanzia rispetto alla sicurezza dei lavoratori (art. 2087 c.c.) e gli viene imposto il rispetto delle norme di sicurezza sul luogo di lavoro (d.lgs. 81/2008).

Da queste premesse, è lecito chiedersi cosa possa succedere nel caso in cui un dipendente vada a contrarre il Coronavirus. Ebbene, il datore di lavoro potrebbe essere ritenuto responsabile per lesioni personali (art. 590 c.p.) o addirittura, nei casi nefasti, per omicidio colposo (art. 589 c.p.), laddove abbia mancato di adottare le cautele imposte dalle citate disposizioni e uno dei suoi dipendenti risulti, così, positivo al Covid-19. Non solo: la mancata adozione delle disposizioni dettate in materia di sicurezza sul luogo di lavoro rileverebbe anche in capo all’Ente (ai sensi del d.lgs. 231/2001), determinandosi così un ulteriore profilo di responsabilità.

Tale ultimo rilievo, peraltro, apre una parentesi non poco significativa: nella “fase due”, infatti, le aziende dovranno obbligatoriamente rivedere il proprio modello organizzativo, per adeguarlo alle disposizioni dettate in chiave anti-Coronavirus. Il mancato adeguamento del modello rischia infatti di esporre l’azienda ad una manifesta responsabilità in sede penale.

L’attenzione del mondo imprenditoriale si è concentrata sugli aspetti relativi alla responsabilità penale, allarmandosi in particolare per gli effetti interpretativi che potrebbero derivare dall’interpretazione del combinato disposto dell’art. 42 del decreto “Cura Italia” e della circolare INPS 13/2020. Ci si chiede in particolare se la presunzione per cui il contagio si ha per contratto sul luogo di lavoro, valida per copertura Inail, possa essere applicabile anche ai fini della responsabilità penale, determinandosi così una sorta di responsabilità penale automatica da contagio. Le conseguenze che da questa interpretazione deriverebbero al mondo del lavoro, ovviamente, sarebbero estremamente rilevanti.

Lanciato così l’allarme, una prima rassicurazione è arrivata proprio dall’Inail, che con la circolare 22/2020 del 20 maggio 2020 ha cercato di chiarire che non può esserci confusione tra i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail e quelli per la declaratoria di responsabilità penale. L’Istituto in particolare ha ribadito che, ai fini dell’accertamento dell’eventuale responsabilità del datore di lavoro a titolo di reato, “oltre alla rigorosa prova del nesso di causalità, occorre anche quella dell’imputabilità quantomeno a titolo di colpa della condotta tenuta dal datore di lavoro”. La presunzione di innocenza vigente in forza dell’art. 27 Cost., quindi, deve rammentare al Pubblico Ministero che, anche laddove al dipendente sia stato riconosciuto un indennizzo Inail per aver contratto il Covid19 sul posto di lavoro, questo non è un elemento sufficiente per affermare automaticamente la responsabilità penale del datore, che può riconoscersi “solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del decreto legge 16 maggio 2020, n. 33”.

I chiarimenti dell’Inail, arrivati in forma di circolare (e quindi di un atto non avente certo forza di legge) sono stati fondamentalmente ripresi dal legislatore, che, in sede di conversione del cd. “decreto liquidità” (d.l. n. 23 dd. 8 aprile 2020) è intervenuto inserendo nella citata disposizione normativa l’art. 29-bis, recante per l’appunto una previsione volta a far chiarezza sul punto. Detto articolo prevede infatti che il datore di lavoro ottempera agli obblighi di cui all’art. 2087 c.c. mediante l’applicazione delle misure individuate nel Protocollo dd. 24.04.2020 e negli altri protocolli e linee guida di cui all’articolo 1, comma 14 del d.l. 16 maggio 2020, n. 33. Il dossier di documentazione in uso al Senato in vista della conversione del decreto liquidità chiarisce che lo scopo di questo art. 29-bis è quello di confermare che non è stata introdotta alcuna deroga ai principi vigenti in materia di responsabilità del datore di lavoro.

Si potrà quindi affermare che la responsabilità del datore di lavoro per contagio di Coronavirus potrà riscontrarsi solo laddove si riesca a dimostrare che vi sia un nesso causale tra l’attività lavorativa e la contrazione della malattia. In particolare, sarà necessario raggiungere la prova certa che il contagio sia effettivamente maturato nell’ambiente di lavoro, in ragione della mancata adozione delle norme di sicurezza. Prova che non sarà agevole, visto che, come ormai ben sappiamo, i tempi di incubazione del Coronavirus non sono affatto rapidi (14 giorni), sì che ben difficilmente potremo pensare ad un dipendente che, per tutto questo lasso di tempo, non abbia intrattenuto rapporti con altre persone o non si sia recato in luoghi aperti al pubblico come supermercati e mezzi pubblici. Insomma, la prova non è semplice e non lo è nemmeno in sede civilistica, dove il dipendente potrebbe coinvolgere il datore di lavoro, chiedendo il risarcimento del danno subito a causa del contagio: anche in questa sede, infatti, il danneggiato dovrà dimostrare che il contagio è effettivamente inquadrabile nell’ambiente lavorativo.

 

avv. Andrea Martinis

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