L’impatto dell’emergenza sanitaria sui rapporti contrattuali è stato (e continuerà ad essere, per i mesi a venire) rilevante e recentemente la Corte di cassazione ha cercato di analizzare le principali problematiche che si vengono a creare, stilando in merito una relazione tecnica pubblicata lo scorso mese di luglio. Il quadro che emerge è piuttosto complesso e le criticità che, a causa della situazione contingente, possono insorgere nell’ambito del rapporto contrattuale male si prestano ad una soluzione, per così dire, giudiziale.

Questo in quanto, davanti ad un “blocco” che arresta il normale e fisiologico corso di un contratto, ricercare un rimedio attraverso la pronuncia di un tribunale porta entrambi i contraenti a consumare tempo (e denaro) e, soprattutto, rischia di non essere utile rispetto alla resa delle prestazioni contrattuali. I rimedi previsti dal codice civile (e dalla legislazione emergenziale proliferata in questo 2020), infatti, non sempre paiono risolutivi o, comunque, non danno l’impressione di riuscire a coprire adeguatamente tutte le sfumature e le peculiarità che possono presentarsi in un caso concreto.

Per comprendere meglio, è utile prendere in considerazione quali sono i rimedi previsti dalla legge e astrattamente applicabili alle dinamiche contrattuali che si trovino ad essere alterate dalle restrizioni imposte dalle Autorità e finalizzate ad arginare l’emergenza sanitaria.

a) impossibilità sopravvenuta. Previsto per i contatti con prestazioni corrispettive, si tratta di un rimedio concettualmente semplice: se, per una causa non imputabile, una delle parti non è in grado di eseguire una prestazione contrattuale, l’altra non è tenuta a rendere la sua; nel caso in cui l’impossibilità sia solamente parziale, la controprestazione andrà ridotta proporzionalmente. È piuttosto naturale pensare che questa sia la previsione di riferimento in tutti i casi in cui, a causa delle restrizioni imposte dall’Autorità, una delle prestazioni previste nel contratto diventi impossibile. Questo rimedio, però, difficilmente può portare ad un esito soddisfacente per le parti di un contratto.

Di impossibilità totale, anzitutto, si può parlare solamente nel caso in cui la prestazione non sia possibile nemmeno una volta ristabilita la “normalità”. Venuti meno i vincoli imposti dall’Autorità, che per natura stessa sono temporanei e legati alla situazione contingente, non ci sarà motivo per ritenere che la

prestazione sia ancora “impossibile”, salva ovviamente l’ipotesi in cui le parti abbiano convenuto un termine essenziale. In tale ipotesi, mancando l’interesse a che la prestazione sia resa in ritardo, il contratto andrà a sciogliersi, obbligando alla restituzione delle prestazioni già rese.

In ogni caso, la prestazione consistente nell’erogare una somma di denaro non potrà mai considerarsi impossibile, nel senso che si è detto, poiché il denaro è il bene fungibile per antonomasia e nemmeno l’emergenza sanitaria può far ritenere non imputabile alla parte il mancato versamento di una somma di denaro.

Nella pratica, è più probabile che la prestazione, anziché in tutto e per tutto impossibile, diventi semplicemente parzialmente o temporaneamente impossibile per una delle parti. Ancora una volta, possono essere presi ad esempio i casi in cui uno dei contraenti, dovendo sottostare a protocolli e/o regole imposte dall’Autorità, non sia in grado di rendere completamente o in termini la prestazione dovuta. In ipotesi simili, la controparte contrattuale avrà a disposizione tre scelte:

– ridurre proporzionalmente la sua prestazione;

– recedere dal contratto, se non ha interesse ad una prestazione parziale;

– a fronte dell’inadempimento, sospendere l’esecuzione della propria prestazione.

A ben vedere, tra le tre opzioni, nessuna delle tre garantisce una piena salvezza del contratto, così come originariamente pattuito: la seconda, addirittura, contempla la possibilità di porvi fine, mentre le restanti due vanno a limitare – in un modo che potrebbe anche risultare piuttosto incisivo – la piena realizzazione dell’originario intento tra le parti.

b) eccessiva onerosità. L’art. 1467 c.c. dispone che, nei contratti a esecuzione continuata o periodica ovvero a esecuzione differita, laddove la prestazione dovuta sia diventata, per cause non imputabili alla parte, eccessivamente onerosa per essa, questa può chiedere la risoluzione del contratto, salva la facoltà, per la controparte, di modificare equamente le condizioni contrattuali. Per essere giuridicamente rilevante in questi termini, l’onerosità deve essere univocamente apprezzabile: non basta, cioè, che la prestazione sia gravosa per il singolo, ma serve che le mutate condizioni pongano analoghe difficoltà a chiunque si trovi a dover rendere tale prestazione. Ovviamente, le restrizioni imposte durante un lockdown oppure il rispetto di nuovi e particolari standard di sicurezza potrebbero essere assunti come esempi di “eccessiva onerosità sopravvenuta”, ma resta il fatto che questo rimedio è in realtà una “uscita di sicurezza” a vantaggio di una delle parti contrattuali. Consentendo la risoluzione, infatti, si va a legittimare la rottura del vincolo sinallagmatico, sì che i contranti, di fatto, non vedono realizzate le intenzioni che avevano portato alla conclusione del loro accordo.

Questo rimedio, pertanto, non consente la prosecuzione del rapporto tra le parti, ma ne legittima lo scioglimento.

c) non imputabilità dell’adempimento. Il decreto “Cura Italia” ha specificato che il rispetto delle misure di contenimento deve essere sempre valutato per escludere la responsabilità del debitore; in sostanza, la norma vorrebbe esentare il debitore da responsabilità se dimostra che l’inadempimento è casualmente connesso con la necessità di dover rispettare le norme imposte dall’Autorità in ragione dell’emergenza sanitaria. Questa novità ha posto non poche difficoltà agli interpreti; di fatto, si potrebbe

semplificare dicendo che si è introdotto un “occhio di riguardo” per i ritardi e/o gli inadempimenti connessi alla necessità di adeguare l’attività lavorativa/gestionale alle prescrizioni anti-Covid. A ben vedere però, anche sulla base dei principi generali il debitore che non è responsabile per il suo inadempimento, è tutelato, per cui non sarebbe corretto dire che questa norma, creata ad hoc, sia realmente innovativa.

Alla luce di quanto si è visto, resta la convinzione che le previsioni normative a disposizione per risolvere le complicazioni contrattuali legate al Coronavirus non sono soddisfacenti. Esse, infatti, non sembrano portate a garantire la conservazione del contratto, quanto a legittimarne lo scioglimento; è perfino superfluo rimarcare come, nell’attuale situazione economica, la stabilità delle relazioni contrattuali rappresenti un valore da tutelare, più che un fardello.

Ecco quindi che il ricorso alla via giudiziale rischia di trasformarsi, per entrambe le parti, in una scelta poco conveniente: non solo, infatti, c’è da prendere in considerazione l’aspetto relativo al tempo (una pronuncia giudiziale infatti non può certo essere immediata), ma – soprattutto – il giudice che venga ad essere investito della questione potrà operare esclusivamente entro i limiti tracciati dalle norme, che sono quelle esaminate sopra, decisamente vincolanti e poco soddisfacenti.

Le ragioni dell’economia, pertanto, debbono portare i contraenti (in primis se figure imprenditoriali) a concentrare gli sforzi sulla conservazione e rinegoziazione del contratto, per cercare cioè di raggiungere un accordo soddisfacente e tale da consentire la proficua prosecuzione dei rapporti commerciali. Per fare questo, diventa indispensabile risolvere la situazione e soprattutto “giocare d’anticipo”, evitando cioè che la controparte resti inerte o, peggio ancora, si muova in modo avventato, con il rischio di compromettere irrimediabilmente le sorti del contratto.

avv. Andrea Martinis

martinis@ddfavvocati.eu